|
|
August 10
Ovvero, ieri e oggi dei serial televisivi
Proprio in questi giorni si tiene a Milano il Telefilm Festival 2008, ormai giunto alla sesta edizione, in cui saranno presentati episodi inediti dei serial più seguiti e amati.
Ma perché piacciono così tanto alla gente? Vediamo un po’ di ragionarci su insieme …
I serial televisivi forse possono piacere perché i protagonisti delle storie sono spesso degli antieroi, ovvero persone che agiscono come noi, che pensano più o meno come noi, che sono tormentati dalle nostre stesse preoccupazioni, che provano emozioni simili alle nostre. Alter ego o vicini di casa, sono sempre a portata di mano e ci permettono di spiare dal buco della serratura della loro porta, aprendoci davanti agli occhi uno scenario in cui la quotidianità fà la parte della regina indiscussa. Non siamo più nel regno della donna bionica o di superman, ma di casalinghe con lo strofinaccio in mano o papà nevrotizzati, perché non riescono a tenere a bada i propri figli. Come non riconoscersi? I serial televisivi possono piacere perché sostituiscono quelle che un tempo erano le nostre fiabe. A prescindere dai loro contenuti, essi presentano una struttura narrativa simile, fatta di incipit, di svolgimento con tensione emotiva e finale mozzafiato ma lieto, che a volte può trasmettere messaggi anche positivi. D’altronde, che fiaba sarebbe se senza un bel “e vissero felici e contenti?” e che telefilm poliziesco sarebbe se il tenente Colombo non smascherasse il colpevole? I serial televisivi possono piacere anche perché rappresentano degli osservatori privilegiati dei cambiamenti sociali, uno specchio di come eravamo ieri e di come siamo oggi. Pensiamo anche solo alla famiglia tradizionale e ai nuovi modelli familiari che si stanno diffondendo oggi: dalla famiglia Bradford, che già all’epoca era considerata alla stessa stregua di una macroscopica anomalia ginecologica (famiglia composta da un vedovo con sette, dico sette figli!), alle attuali Casalinghe Disperate (Desperate Housewives), divorziate e con pochissimi figli, per giunta devianti o disadattati. Non solo: nelle serie televisive si sono identificate ed aggregate intere generazioni, che sono cresciute all’insegna di celebri tormentoni storici, dal “Hey” di Fonzie, al corrucciatissimo “Ma cosa stai dicendo!?!” di Arnold, per non dimenticare il cartonista “Ciucciati il calzino!” di Bart Simpson! E che dire delle icone medico-chirurgiche di tutti i tempi (il dottor Kildare, Trapper, il dottor George/Ross e il dottor House), che tengono così tanto unito e coeso l’immaginario collettivo femminile?
Io sono cresciuta con le famiglie Cunningham e Bradford, mi sono incollata al televisore per J.R e i suoi colleghi petrolieri del tempo, non disdegnando i lucertoloni mangia topi dei Visitors; ora, che sono un pochino più disincantata e meno imbevuta di sogni, mi piace intrattenermi con i dialoghi superlativi delle Casalinghe Disperate, con qualche capatina dalle parti del Dottor House …
E voi, dal vostro armadio dei ricordi e degli affetti, quale serie televisiva di ieri vorreste tirare fuori? E oggi, quale vi intriga di più? August 09
"STAVO SOLO SCHERZANDO..."
“Che cosa vorresti dire?!?” “Ma dai, stavo solo scherzando!”
A quanti di noi sarà capitato di provare rammarico per non essere riusciti a trasmettere il senso emotivo di un messaggio e le reali intenzioni che lo ispiravano? A quanti sarà capitato di interpretare in modo distorto i contenuti della conversazione con un’altra persona? Nella comunicazione digitale, le occasioni di fraintendimento sono molteplici e, siano esse relative a messaggi di forum, di chat, di messenger o commenti nei blog, possono generare alla lunga motivi di incomprensioni più radicati e profondi. Le cose filano lisce, tutto procede per il meglio, sino a quando un frammento di discorso viene infilato in modo maldestro o nel momento sbagliato … allora l’impalcatura della comunicazione si sgretola, proprio come quando tentiamo di sovrapporre una carta da gioco nella costruzione di un castello, mandando tutto per aria. A cosa dobbiamo tutto questo? Beh, sicuramente l’assenza di gesti, mimica, sguardo e tono della voce non ci vengono in soccorso nella comunicazione digitale. La mancanza del corpo e di tutta la sua ricca segnaletica non ci permette di fare in modo che l’altro comprenda le nostre reali intenzioni, soprattutto se i messaggi sono a doppio senso o se prevale l’ironia.
Ma non è solo questo: nella comunicazione simultanea (chat e messenger), dove c’è poca possibilità e tempo di riflessione, tendiamo a commettere quello che viene definito “errore empatico”, che consiste nel sopravvalutare il mezzo e la possibilità del destinatario di comprendere il senso emotivo del nostro messaggio. Infatti, quando pensiamo a qualcosa da dire al nostro interlocutore in linea, di fatto è come se noi ce lo ripetessimo dentro, con le stesse intonazioni e le stesse inflessioni alle quali siamo abituati, come se la persona fosse realmente presente nella stanza in cui ci troviamo. L’errore empatico sta proprio nel comportarsi come se l’altro fosse dentro di noi o davanti a noi, in grado di ascoltare lo stesso tono di voce, le stesse pause, gli stessi ritmi, gli stessi colori emotivi. Ma questo ovviamente non è possibile, dal momento che il destinatario dispone solo del contenuto e del senso letterale. Allora, la battuta ironica viene vissuta come un attacco alla persona, la considerazione scherzosa come un’offesa o un atto di scortesia. E’ curioso come tutto questo avvenga indistintamente tra persone che si conoscono bene o meno bene, tra uomini e donne, indipendentemente dal titolo di studio, e come questo meccanismo sia prevalente nella comunicazione scritta rispetto a quella orale. Come fare allora per ridurre il rischio di fraintendimenti? Prima di tutto, esserne consapevoli vuol dire essere a metà dell’opera. Vale a dire, occorre in primo luogo far chiarezza dentro di noi, cioè saper distinguere ciò che fa parte dei limiti del mezzo, per i quali occorre prestare una quota di attenzione in più, da ciò che appartiene invece alle nostre intenzioni recondite, nascoste agli altri ma a volte sconosciute anche a noi stessi. Se l’altro percepisce un messaggio ironico come un’offesa personale, è colpa del mezzo o siamo noi che in realtà vogliamo trasmettere comunque qualcosa in quella direzione e lo facciamo solo attraverso la maschera dell’ironia? Infatti, non è detto che sia sempre l’interlocutore a capire male … In secondo luogo, dopo aver scritto un messaggio ironico e prima di inviarlo, proviamo a rileggerlo a voce alta e con un tono neutro, come se fosse una lista della spesa, concentrandoci sui contenuti e immaginando di essere noi stessi a leggerlo per la prima volta. Questo trucco, abbinato all’uso degli intramontabili emoticons, dovrebbe aiutarci a comprendere le possibili interpretazioni del messaggio da parte del destinatario, stemperandone i toni prima che questo raggiunga destinazione In ogni caso, non stupiamoci e non allarmiamoci se qualcosa va storto, in quanto in un sistema ad alta saturazione comunicativa, come quello delle community online, gli incidenti di percorso possono essere all’ordine del giorno. I fraintendimenti non sono da demonizzare. L’importante è partire da essi per chiarire all’altro la nostra posizione e per essere sempre più consapevoli della nostra comunicazione, allo scopo di correggere il tiro e di modificare il nostro modo di essere e di stare con gli altri. Forse, alla lunga, tutto questo potrà portarci ad avere sempre meno bisogno di dire: “stavo solo scherzando …”
April 05
Ho letto recentemente su Psicocafè un interessante articolo sulla impression managment, che tradotto in lingua italica, significa qualcosa che ha a che fare con l'arte dell'autopresentarsi, di curare l'immagine di sè. Nel magico mondo del web, a meno che non si abbia l'opportunità di apparire in webcam, possiamo dire di tutto e di più, con la possibilità di essere creduti, ma anche di essere tremendamente sbugiardati, soprattutto se ci venisse la malaugurata idea di gonfiare le sorti, proponendo improbabili arti amatorie, ineccepibili doti morali, o, ancora, monumentali saperi enciclopedici che non possediamo o possediamo in minima parte (questo mi capita di sovente, quando mi definisco strafiga, quando mi vendo come perfetta ticièr dotata di corretto idioma di Oxford o, peggio ancora, provetta maga dei fornelli ...).
Certo, almeno per l'immagine fisica possiamo avvalerci di foto e di video, anche qui cercando però di evitare pesanti scivoloni, come quelli testimoniati dai box nella colonna di sinistra, che si riferiscono alla Roby versione prima e post cura ...!!! Ma ritorniamo a noi ... parola magica qui dentro: PROFILO! Si ... quello! Si sa, mancando il contatto visivo diretto, ove il trucco può compiere miracoli ma anche stratosferiche nefandezze, possiamo appunto ricorrere a immagini (raramente), video (quasi mai), link audio (decisamente mai). Allora, come per nostalgica magia, ci ritroviamo tutti inesorabilmente aggrappati alla più tradizionale forma di comunicazione, soprattutto se dobbiamo dire qualcosa sulla nostra parte interna, che riguarda la nostra soggettività ... la parola! Attraverso molteplici alchimie fonetiche e lessicali, tentiamo di dire, di esprimerci, di rivelarci e di occultarci, di convincere, di commuovere ... Allora, in questa gloriosa rivincita del parlato sull'agito, del verbale sul visivo, vorrei proporvi un modello di profilo creato da chi di profili, certamente molto prima del Sig. Libero, se ne intendeva, ovvero nientepopodimenochè ... il Sig. Boccaccio ... si proprio lui ... leggete insieme a meno questo mirabile estratto della quarta novella, ottava giornata, del Decameron ...
(...) Non era però troppo giovane, ma ella aveva il più brutto viso e il più contraffatto che si vedesse ... ella aveva il naso schiacciato fort'e la bocca tort'e le labbra grosse e i denti mal composti ... e sentiva del guercio ... e oltre a tutto questo era sciancata e un poco monca dal lato destro; e il suo nome era Ciut'e perchè così cagnazzo viso aveva, da ogni uomo era chiamata Ciutazza
EEEEEHHHH!?! La rivincita della parola sull'immagine ... parola viva, concreta, reale, di sasso ... non vi sembra di averlo davanti agli occhi questo mostro?!? E allora, visto che nell'era iconica e digitale, ricorriamo comunque ancora e spesso al dono della favella, traete spunto da questo illustre signore... continuiamo a spararle grosse, naturalmente rivoltando la frittata a nostro favore, cercando, magari, di presentarci un pochino meglio di quanto abbia fatto Messer Boccaccio con la malcapitata di turno ... !!!!!
W LA PAROLA …!!!
Scritto su Scherzo o Follia? I Simpson … si, proprio loro … loro che spopolano, loro che sbanchettano, loro per i quali sono stati spesi fiumi di inchiostro: Chi sono? Cosa rappresentano? Potessero rispondere loro! Certo, quel furfantone di Homer vi direbbe che lui è l’americano non americano, l’uomo che non si è fatto da sè e che neanche potrebbe mai farsi, visto che se ne sta sul divano a divorare ciambelle e a trangugiare litri di birra, a casa o alla taverna di Boe, a sonnecchiare facendo zapping, in una sorta di loop nevrotico-ossessivo tanto vicino ai nostri cari tempi di teledipendenza … Homer l’inerte, Homer opportunista, Homer scansafatiche, Homer che vorrebbe vivere di sussidi statali, Homer degno padre di suo figlio Bart e …
Bart, degno figlio di suo padre Homer. Che dire di lui? Il discolo per antonomasia, il bimbo che ha imparato molto presto a prendere la scorciatoia, a tenersi alla larga dal lavoro, a consumare beatamente la sua vita tra scherzi e giochi, con qualche bravata e qualche prepotenza di troppo. Bullo tra bulli, Bart eccelle per i suoi pessimi voti e la sua cattiva condotta, tanto da essere perennemente convocato dal direttore Skinner; Bart che scrive la stessa frase alla lavagna per punizione milioni di volte, Bart che promette e non mantiene (ma che forse non si prende la briga di promettere neanche più…).
E poi le due donne di casa … Marge, casalinga perfetta, sempre in ansia per i figli e per il bilancio familiare messo a dura prova dall’inerzia di Homer, Lisa, sorella di Bart e sua logica antitesi, che ama la musica, è studentessa modello e sogna di emulare Hillary Clinton; e infine Maggie, troppo piccola per parlare, ma con occhi così grandi e recettivi da osservare i matti che le stanno attorno.
I moralisti di palato fine dicono che i Simpson rappresentano l’anti-America, quella distante dal sogno e vicina ad una realtà troppo spregiudicata e contaminata da cose brutte ed eticamente discutibili. Non so se è proprio così … Certo è che ci fanno ridere; e, forse, ci ridiamo su perchè tante trasgressioni in un colpo solo ci fanno sentire partecipi e coinvolti, o forse perchè il paradosso del confronto dei due modelli, quello de maschi e quello delle femmine di famiglia, è così stridente da sfociare inevitabilmente in una prorompente comicità.
Io non so cosa rappresentino i Simpson … so solo che li adoro!!! Leggete qui … questo è un compendio di scherzi telefonici che Bart propina regolarmente a Boe, il gestore della taverna che da da bere agli assetati di birra, e che fanno morire di rabbia il malcapitato (sono tratti dal sito ufficiale)
Boe: Bar Boe?! Bart: Pronto, c’è Al? Boe: Al? Bart: Sì, fa Colizzato di cognome Boe: Aspetti che guardo… una chiamata per Al, Al Colizzato… Oh! Non c’è nessun Al Colizzato qui?! - risate generali Boe: Aspetta un momento, senti piccolo topo di fogna, coniglio somaro, se riesco a scoprire chi sei, ti ammazzo!!!
Boe: Taverna di Boe, luogo di nascita dello Springfield Manhattan Bart: C’è Gina lì, Gina Score? Boe: Aspetta un secondo… è qui Gina Score, Score Gina?! Ehi gente, vogliono una certa Score Gina! - risate generali Boe: Ehi! Aspetta un momento, stammi a sentire brutto piccolo escremento puzzolente, se ti metto le mani addosso ti strappo le palle degli occhi con un cavatappi!!!
Boe: Flambé Boe?! Bart: Sto cercando un mio amico: il cognome è Centrico e di nome fa Ego Boe: Attenda, ora vedo… Centrico Ego! Oh, qualcuno veda se in toilette c’é un Ego Centrico!
(si avvicina un tizio)
Tizio: Sono io Ego Centrico Boe: Al telefono! Tizio: Pronto?! Parla Ego Centrico Bart: Uh… Salve! Tizio: Chi parla? Bart: Mi chiamo Bart Simpson Tizio: Cosa posso fare per te, Bart? Bart: Senta, voglio mettere le carte in tavola: questa è una telefonata scherzo che mi si è ritorta contro, perciò ciao! Tizio: Ti andrà meglio la prossima volta…. che giovanotto simpatico!
Se avete fatto in vita vostra scherzi di questo tipo, allora Bart vi fa sorridere perchè accende in voi un piccolo ricordo … se non li avete fatti, beh … forse proverete un po’ di invidia …!
I Simpson piacciono perchè sono ciò che non siamo, che non possiamo e non dobbiamo essere … Amen
(per immergervi nell’atmosfera Simpson vi consiglio di entrare qui e di lasciarvi guidare per le strade della leggendaria Springfield)
Scritto su Scherzo o Follia?
Esiste davvero il mondo virtuale? Pochi giorni fa ragionavo su questo con un amico. Siamo portati tradizionalmente ad attribuire all’etichetta “virtuale” un significato riduttivo e omissivo, imbrigliato nella logica della contrapposizione: virtuale è tutto ciò che non è reale, assimilabile, seppur a titolo diverso, alla fantasia. Quello che succede nel mondo virtuale è considerato “altro”, come un coinquilino bizzarro e alternativo la cui leggittimazione gli deriva da un’inevitabile cambiamento culturale e dei costumi legato al progresso tecnologico, ma da monitorare attentamente, con occhio critico e disincantato, in quanto portatore di potenziali pericoli …
Ma è proprio così? E’ lecito, in un’epoca in cui il formato di Internet, anche e soprattutto attraverso la pratica diffusa del blogging e la costituzione di ambienti satellitari come Second Life, ha assunto sempre più la connotazione di interattività, parlare di un virtuale totalmente disancorato dalla vita di tutti i giorni? A parte la considerazione, solo a prima vista banale, che dietro alla tastiera (o sopra …?) c’è una persona, con il suo bagaglio esperenziale e con il suo universo cognitivo-emozionale, non c’è forse altro? Nelle relazioni “digitali” le storie si intrecciano, le biografie si incontrano, nuove narrative si costruiscono e si arricchiscono, in una danza di simboli e di riti che sono “reali”, in quanto possono incidere sulle e nelle persone, nelle pareti interne della loro sfera intima. E scrivere non è più un semplice strutturare frasi dotate di senso, ma vuol dire agire direttamente sugli altri e sui noi stessi, scambiare e formare opinioni e posizioni affettive e sociali.
Ha senso parlare di “identità virtuali”? Orientamenti psicologici recenti, applicati all’uso delle nuove tecnologie, tendono a rivedere lo stesso costrutto di identità, non più come una fortezza costruita dalla persona, eretta a titolo quasi di proprietà privata, seppur aperta all’esterno … Oggi si tende a parlare di Sè decentralizzato, di identità diffuse e distribuite nelle relazioni umane, non perchè patologicamente disperse nel vento o sospese in una sorta di trasformismo esistenziale, ma perchè aperte al dialogo, popolate da più voci che si incontrano e si arricchiscono a vicenda … Identità dialogiche, quindi. che si sviluppano anche in ambienti cd “virtuali” …
Lungi dal voler concludere con una sconsiderata apoteosi dell’ambiente Internet, sono comunque convinta che questo luogo (mi riferisco in particolare ai blog), in virtù del suo essere interattivo-virtuale, racchiuda in sè promettenti semi di una “realtà” che si nutre di pensiero e di emozioni condivise. Come afferma Granieri altrove, una “umanità accresciuta”, non solo perchè in possesso di uno strumento in più, ma anche perchè dotata di un’opportunità di crescita diversa.
Usiamola bene …
Scritto da Morton0 su Blog Penna Calamaio
|